Forum ESECUZIONI - INTERFERENZE TRA ESECUZIONE E FALLIMENTO

Esecuzione immobiliare e fallimento

  • Umberto Di Pede

    MATERA
    15/12/2017 10:41

    Esecuzione immobiliare e fallimento

    Sono curatore di un fallimento.
    Al momento della dichiarazione di fallimento pendevano delle procedure pignoratizie individuali derivanti da crediti fondiari.
    Queste procedure hanno portato alla vendita degli immobili pignorati e all' incamerazione del prezzo senza che io mi sia insinuato nella relativa procedura.
    Poiché le somme ricavate spettano comunque al fallimento e siccome non vi stato ancora alcun riparto ed assegnazione, vi chiedo come posso fare ad incamerare tali somme e farle confluire nelle casse del fallimento posto che esse sono necessarie al pagamento di numerosi crediti in prededuzione.
    Inoltre si chiede qual è la procedura? Serve una autorizzazione (del G.D. o del G.E.) o è sufficiente una semplice richiesta al delegato alle vendite?

    • Zucchetti SG

      15/12/2017 19:31

      RE: Esecuzione immobiliare e fallimento

      Per la verità non è corretta la premessa da cui muove che le somme ricavate spettano comunque al fallimento. In realtà il privilegio processuale concesso ai creditori fondiari si realizza proprio nella possibilità di iniziare o proseguire l0'esecuzione individuale anche in pendenza del fallimento del debitore e tale vantaggio non avrebbe senso se non portasse all'acquisizione, da parte del creditore fondiario, delle somme ricavate dall'esecuzione.
      Il raccordo tra l'esecuzione fondiaria e quella fallimentare avviene in due modi. In primo luogo consentendo al curatore di intervenire nel procedimento esecutivo per far valere i crediti prioritari sull'ipoteca che assiste il credito fondiario e, in secondo luogo nel considerare provvisoria l'assegnazione fatta al creditore fondiario in sede esecutiva. Questo comporta che tale creditore deve comunque insinuarsi al passivo fallimentare ove viene determinato il credito intero per il quale quel creditore (come se nulla avesse già percepito) avrebbe diritto a partecipare al concorso fallimentare (ammettiamo 100 per semplificare); successivamente si calcolano quali sono i crediti che hanno prevalenza sull'ipoteca, tra i quali le spese della procedura fallimentare in prededuzione (ad esempio 20 tra spese specifiche e generali in proporzione, che è l'importo cui anche il fondiario deve contribuire alla spese della procedura). A questo punto se le liquidità ricavate dalla vendita del bene ipotecato hanno permesso il pagamento del fondiario e delle prededuzioni fallimentari, nulla quaestio, nel mentre se esse sono state inferiori, il fondiario dovrà comunque partecipare alle spese restituendo quella somma di 20 che avrebbe dovuto sostenere e non ha sopportato, non essendo intervenuto il curatore nell'esecuzione e comunque non potrà percepire in via ipotecaria più di 80.
      Zucchetti Sg srl .

      • Umberto Di Pede

        MATERA
        16/12/2017 11:13

        RE: RE: Esecuzione immobiliare e fallimento

        Poiché, come dite, il raccordo tra l'esecuzione fondiaria e quella fallimentare avviene o consentendo al curatore di intervenire nel procedimento esecutivo per far valere i crediti prioritari sull'ipoteca o considerando provvisoria l'assegnazione fatta al creditore fondiario in sede esecutiva, posso ancora intervenire dato che non sono state assegnate le somme? Come?
        Inoltre, se effettuo l'intervento devo indicare che esso è relativo solo alle spese prededucibili della procedura e quantificarle allo stato?
        Infine, in caso di mancato intervento come devo agire per ottenere la restituzione delle somme prededucibili (20) che il creditore fondiario avrebbe dovuto sostenere ma che non ha sostenuto?
        E che succede se il creditore fondiario si rifiuta di restituirle?

        Mi permetto, poi, di contraddire la vs. ricostruzione secondo cui le somme non spetterebbero, in ogni caso, al fallimento perché la norma che consente ai creditori fondiari di iniziare o proseguire un'esecuzione individuale anche in pendenza di fallimento ha natura processuale, quindi procedurale e – di conseguenza – non può mai prevalere rispetto alla norma SOSTANZIALE della PAR CONDICIO CREDITORUM ed all'altra (derivata ma sempre sostanziale) del blocco di ogni azione individuale.
        Infatti, sebbene il creditore fondiario sia il primo a potersi soddisfare sul ricavato della vendita del bene ipotecato può non essere l'unico a farlo, perché il ricavato potrebbe superare di molto il suo credito.
        A questo punto, si potrebbe verificare la situazione che il creditore fondiario trattenga somme che non gli spettano (interessi) o che altre somme vengano erroneamente distribuite ad altri creditori intervenuti che (pur in pendenza del fallimento) sono saliti sul carro dell'esecuzione individuale e non hanno desistito come avrebbero dovuto.
        Dott.Umberto Di Pede Matera

        • Zucchetti SG

          18/12/2017 11:52

          RE: RE: RE: Esecuzione immobiliare e fallimento

          Il secondo comma dell'art. 41 del d.lgs n. 385 del 1993 (TUB) stabilisce quanto segue: "L'azione esecutiva sui beni ipotecati a garanzia di finanziamenti fondiari può essere iniziata o proseguita dalla banca anche dopo la dichiarazione di fallimento del debitore. Il curatore ha facoltà di intervenire nell'esecuzione. La somma ricavata dall'esecuzione, eccedente la quota che in sede di riparto risulta spettante alla banca, viene attribuita al fallimento".
          Da questa norma si deduce: (a)-che il creditore fondiario può iniziare e/o proseguire l'azione esecutiva anche in pendenza di fallimento del debitore; (b)-che il curatore può intervenire nell'esecuzione pendente; (c)-che il ricavato della vendita va attribuito al creditore fondiario e al curatore va assegnata soltanto la parte eccedente la quota assegnata alla banca procedente; principio quest'ultimo ulteriormente rafforzato dal comma terzo della stessa norma, per il quale "il custode dei beni pignorati, l'amministratore giudiziario e il curatore del fallimento del debitore versano alla banca le rendite degli immobili ipotecati a suo favore, dedotte le spese di amministrazione e i tributi, sino al soddisfacimento del credito vantato". ossia, non solo il prezzo del ricavato va assegnato al creditore fondiario, ma il curatore, se ad esempio l'immobile è dato in locazione, è tenuto a versare alla banca fondiaria i canoni che il conduttore paga a lui.
          Del resto, se così non fosse, il privilegio processuale concesso ai creditori fondiari non avrebbe senso, in quanto esso si concretizzerebbe nello svolgimento di una esecuzione individuale per far acquisire al fallimento le somme che questo potrebbe realizzare con la vendita in ambito fallimentare. Al contrario, la possibilità data al creditore fondiario di iniziare e proseguire l'espropriazione individuale si realizza-, come abbiamo già detto nella precedente risposta- nel portare all'acquisizione, da parte del creditore fondiario, delle somme ricavate dall'esecuzione. Il privilegio in questione, consistente nella deroga al divieto di cui all'art. 51, si chiama processuale in quanto consente solo questa possibilità ed una attribuzione provvisoria, nel mentre il privilegio sostanziale (quelli per intenderci dei dipendenti, dei professionisti, ecc.) si realizza nell'attribuire al creditore una situazione di preferenza rispetto ad altri; al creditore fondiario, la preferenza è data non da un privilegio ma dall'ipoteca e dal grado della stessa.
          Poiché l'attribuzione in sede esecutiva è provvisoria, bisognava provvedere a raccordare detta esecuzione individuale con quella collettiva concorsuale. Raccordo che come abbiamo detto, può avvenire in sede esecutiva individuale con l'intervento del curatore previsto dal secondo comma dell'art. 41 del TUB e nel fallimento, posto che il terzo comma dell'art. 52 l.f., stabilisce che le disposizioni riguardanti l'accertamento dei crediti nel fallimento di cui al secondo comma dello stesso articolo "si applicano anche ai crediti esentati dal divieto di cui all'art. 51", ossia anche ai crediti fondiari che, appunto non sottostanno al blocco delle azioni esecutive.
          Perché il legislatore ha creato questo meccanismo? Proprio perché la banca fondiaria che procede all'esecuzione individuale ha ottenuto in quella sede l'attribuzione del ricavato senza tener conto di tutti i crediti prioritari sull'ipoteca che invece vi sono nel fallimento, tra cui la quota di spese generali (compreso il compenso del curatore) ed eventuali crediti concorsuali che vanno preferiti all'ipoteca a norma del secondo comma dell'art. 2748 c.c.. Questi crediti può azionarli il curatore intervenendo nel processo esecutivo, ma, come evidenzia la lettera del citato secondo comma dell'art. 41 TUB, l'intervento non è obbligatorio e, comunque, nel momento in cui è fatto potrebbe non comprendere tuti i crediti prioritari sull'ipoteca, ed ecco perché l'art. 52 (riprendendo peraltro un indirizzo consolidato della S. Corte), ha stabilito che i conteggi definitivi si fanno in sede fallimentare; qui, infatti, si può definitivamente stabilire quanto il creditore fondiario riceverebbe nel fallimento e quanto ha ricevuto in via esecutiva e si determina il dare e avere (semplificando quanto detto più dettagliatamente nella precedente risposta).
          Se il fallimento è in credito chiederà alla banca la restituzione di quanto provvisoriamente incassato in più del dovuto, e se la banca non adempie, si ha la normale situazione di un creditore e di un debitore che non vuol pagare, per cui, dopo i dovuti solleciti, si dovrà passare alle vie giudiziarie.
          E' chiaro, quindi, che il pagamento del credito del fondiario in sede esecutiva altera la par condicio, ma questa deroga è voluta dal legislatore (e la ragione si trova nell'orine storica del credito in questione legato alle cartelle fondiarie), che, però, ne mitiga gli effetti, attraverso il successivo riequilibrio in sede fallimentare.
          E' il caso di spiegare intervento nell'esecuzione individuale? Dipende dalla situazione concreta, ossia dalla fase in cui è pervenuta l'esecuzione, dall'entità del ricavo e dal grado di possibile soddisfazione del fondiario, dall'entità delle spese prededucibili gravanti sul bene ipotecato e dei crediti prioritari, dalla banca con cui si ha a che fare, ecc.. Certo è meglio ottenere prima, nell'esecuzione, quello che poi potrebbe essere chiesto in restituzione, ma questo è solo un criterio di valutazione da confrontare anche con la spesa di un legale per effettuare l'intervento.
          Zucchetti Sg srl

          • Alfredo Tradati

            MILANO
            22/01/2018 10:42

            RE: RE: RE: RE: Esecuzione immobiliare e fallimento

            Sono curatore di un fallimento.
            Al momento della dichiarazione di fallimento pendeva una procedura pignoratizia individuale promossa da un creditore fondiario. L'udienza ai sensi dell'art. 569 c.p.c è fissata per il mese di maggio. Io potrei ottenere l'autorizzazione alla vendita dell'immobile in questione nel mese di febbraio avendo già un perizia in mano effettuata dal perito della procedura: questo mi permetterebbe "potenzialmente" di liquidare prima l'attivo.In questa situazione il rapporto esecuzione e fallimento si risolve in ragione dell'anteriorità del provvedimento che dispone la vendita? in una vostra risposta a un quesito del 9/5/2013 ho inteso in tal senso.
            Grazie e saluti

            • Zucchetti SG

              22/01/2018 17:20

              RE: RE: RE: RE: RE: Esecuzione immobiliare e fallimento

              Il potere degli istituti di credito fondiario di proseguire l'esecuzione individuale sui beni ipotecati anche dopo la dichiarazione di fallimento del mutuatario, non esclude che il giudice delegato possa disporre la vendita coattiva degli stessi beni, perché le due procedure espropriative non sono incompatibili ed il loro concorso va risolto in base all'anteriorità del provvedimento che dispone la vendita (in tal senso Cass. 08/09/2011, n. 18436; Cass. 28/01/1993 n. 1025).
              Zucchetti Sg Srl

      • Federico Caracciolo

        BOLOGNA
        23/04/2019 11:18

        RE: RE: Esecuzione immobiliare e fallimento

        Buongiorno,
        chiedo cortesemente un vostro parere in merito alla seguente situazione sperando di essere il più chiaro possibile.
        Al momento della sentenza dichiarativa di fallimento è pendente un'esecuzione immobiliare che vede come creditore procedente un istituto di credito. Lo stesso creditore si insinua allo stato stato passivo del fallimento ma in tale sede gli viene disconosciuta la natura fondiaria del credito.
        Successivamente il Curatore interviene nell'esecuzione immobiliare.
        A questo punto le somme incamerate in sede di esecuzione immobiliare a chi andranno ripartite? Ritengo che le spese sostenute dal creditore procedente (anticipo compenso C.T.U, anticipo compenso Custode, ecc.) siano da distribuire direttamente al creditore procedente mentre la somma residua sarà da attribuire direttamente al fallimento diversamente a quanto sarebbe avvenuto in presenza di creditore fondiario.
        Grazie

        • Zucchetti SG

          24/04/2019 08:54

          RE: RE: RE: Esecuzione immobiliare e fallimento

          A nostro avviso la soluzione prospettata non è condivisibile anche se risulta adottata in diversi tribunali.
          Per spiegare le ragioni del nostro convincimento ci sembra utile partire da quanto affermato da Cass., sez. III, 28 settembre 2018, n. 23482, la quale è stata chiamata ad occuparsi di una procedura esecutiva per credito fondiario, proseguita dunque nonostante il fallimento del debitore, in cui il curatore aveva chiesto, invano, che in sede di distribuzione del ricavato, nel determinare la somma da attribuire al creditore fondiario, fossero scorporate, con versamento in favore della curatela, di crediti prededucibili riconosciuti in sede fallimentare (si trattava del credito per ICI e degli oneri condominiali relativi all'immobile, nonché del compenso spettante alla curatela fallimentare).
          La richiesta era stata rigettata sia dal giudice dell'esecuzione che dal tribunale all'esito della celebrazione del giudizio di merito, essenzialmente in ragione del fatto che ai sensi dell'art. 41, comma 4, TUB il creditore fondiario ha diritto a ricevere tutto il ricavato dalla vendita, per la porzione corrispondente al suo credito complessivo, e che la prededuzione riconosciuta in ambito concorsuale non gode di alcun privilegio in sede di esecuzione individuale.
          Orbene, nel decidere il ricorso proposto dalla curatela, la Corte ha affermato che nell'ambito di un'azione esecutiva iniziata o proseguita dal creditore fondiario, ai sensi dell'art. 41 del d.lgs. n. 385/1993, nei confronti del debitore fallito, il curatore che intenda ottenere la graduazione di crediti di massa maturati in sede fallimentare a preferenza di quello fondiario, e quindi l'attribuzione delle relative somme con decurtazione dell'importo attribuito all'istituto procedente, dovrà costituirsi nel processo esecutivo e documentare l'avvenuta emissione da parte degli organi della procedura fallimentare di formali provvedimenti (idonei a divenire stabili ai sensi dell'art. 26 l.fall., oggi art. 124 del codice della crisi d'impresa e dell'insolvenza) che (direttamente o quanto meno indirettamente, ma inequivocabilmente) dispongano la suddetta graduazione.
          Afferma a questo proposito la suddetta pronuncia che il giudice dell'esecuzione deve "limitarsi a verificare se esistano provvedimenti degli organi della procedura fallimentare che abbiano - direttamente o indirettamente - operato l'accertamento, la quantificazione e la graduazione del credito posto in esecuzione (nonché di quelli eventualmente maturati in prededuzione nell'ambito della procedura fallimentare, purché già accertati, liquidati e graduati dagli organi competenti con prevalenza su di esso) e conformare ai suddetti provvedimenti la distribuzione provvisoria in favore del creditore fondiario delle somme ricavate dalla vendita, senza in alcun caso sovrapporre le sue valutazioni a quelle degli organi fallimentari, cui spettano i relativi poteri".
          A queste affermazioni la pronuncia aggiunge a chiare lettere quella per cui la liquidazione delle spese sorte all'interno della procedura esecutiva individuale compete "in via esclusiva" al giudice dell'esecuzione "quale giudice davanti al quale si è svolto il suddetto processo esecutivo individuale".
          Ciò detto, la Corte non affronta (non essendo stata chiamata a farlo) l'ulteriore questione relativa alla possibilità che gli importi liquidati a favore degli organi della procedura esecutiva individuale possano essere trattenuti – si direbbe "in prededuzione" – dal ricavato (cosicché l'assegnazione al fondiario avverrà al netto di tali somme) o meno, ma le premesse sulla scorta delle quali i giudici di legittimità hanno deciso il caso loro sottoposto sembrano imporre la soluzione negativa.
          Invero, se la graduazione e la distribuzione non può che avvenire in sede fallimentare, unico luogo in cui trova composizione il concorso dei creditori nella distribuzione del ricavato, e la collocazione delle prededuzioni, è giocoforza affermare che questa regola deve valere anche per le spese maturate in sede di esecuzione individuale, poiché diversamente opinando alcune spese verrebbero pagate al di fuori delle relative regole.
          A questo punto, mentre secondo alcuni detti ausiliari dovrebbero, come tutti gli altri creditori della massa, partecipare al concorso (con la conseguenza che il decreto di liquidazione dovrebbe porre il relativo importo a carico del debitore), la giurisprudenza afferma che il giudice liquida i compensi e le spese degli ausiliari che eventualmente abbiano già prestato la loro opera nella procedura e li pone a carico del creditore procedente a titolo di anticipazione ai sensi dell'art. 8 D.P.R. 115/2002 (quali spese che restano a carico di colui che le ha anticipate come in tutti i casi di chiusura anticipata del processo), così da consentire a quest'ultimo di chiederne a propria volta il pagamento nel fallimento mediante domanda di ammissione al passivo (così . Cass. Civ., sez. I, 18 dicembre 2015, n. 25585, che ha precisato come l'art. 95 c.p.c. non sia applicabile all'ipotesi in cui l'esecuzione si arresti per improcedibilità ex art. 51 L.F., presupponendo un esito fruttuoso della procedura, ed ha respinto l'istanza di ammissione al passivo formulata da un professionista delegato alle operazioni di vendita).
          Nel caso prospettato, invece, occorre considerare che il curatore ha deciso di proseguire la procedura esecutiva sebbene ricorressero i presupposti per dichiararne l'improseguibilità ai sensi dell'art. 51 l.fall.
          In questo caso riteniamo che il decreto di liquidazione debba essere emesso in favore dell'ausiliario ed a carico della curatela, e sulla scorta di questo decreto l'ausiliario potrà chiedere al giudice delegato il pagamento di quanto dovutogli, a meno che non vi sia un provvedimento di quest'ultimo che lo autorizzi in sede di esecuzione mediante prelievo dal ricavato dalla vendita.

    • Anna Simeone

      s.maria c.v. (CE)
      25/02/2019 12:37

      RE: Esecuzione immobiliare e fallimento

      Buongiorno, ho un quesito da porre :
      sono subentrata ad un precedente curatore dopo dieci anni.
      Ho trovato questa situazione:
      1. la società fallita era proprietaria in bonis di due immobili ipotecati da creditore fondiario.
      2. Nel lontano 2004 il creditore fondiario procede al pignoramento immobiliare ed inizia l'esecuzione.
      3. In corso di esecuzione , nel 2007, la società fallita ( all'epoca sempre in, bonis) vende l'immobile ipotecato a terzi, i quali a loro volta vendono ad altra società.
      3. Nel 2010 la società fallisce ed il curatore procede ad intervenire nell'esecuzione immobiliare vantando diritti sull'immobile.
      4. IL fondiario oggi , poichè l'immobile pignorato è stato venduto all'asta, ritiene che la curatela non abbia alcun diritto in quanto l'immobile esecutato era stato già venduto a terzi quando è intervenuta la sentenza di fallimento e nulla è stato fatto dalla curatela . La curatela ha perso ogni diritto in quanto non ha proceduto alla revocatoria delle vendite dell'immobile?
      Ringrazio della disponibilità e della risposta che vorrete comunicare.
      distinti saluti
      avv. A. Simeone

      • Zucchetti SG

        27/02/2019 12:26

        RE: RE: Esecuzione immobiliare e fallimento

        La tesi sostenuta dal creditore fondiario non ci sembra condivisibile.
        Cerchiamo di spiegare le ragioni del nostro convincimento.
        Ai sensi dell'art. 51 l.fall. (oggi art. 150 del codice della crisi d'impresa e dell'insolvenza), salvo diversa disposizione di legge (rappresentata, come tra un attimo vedremo dall'art. 41 TUB che riconosce al creditore fondiario la possibilità di proseguire l'azione esecutiva individuale anche in presenza di fallimento del debitore), dal giorno della dichiarazione di fallimento (oggi, "dichiarazione di apertura della liquidazione giudiziale") nessuna azione individuale esecutiva o cautelare, anche per crediti sorti durante il fallimento può essere iniziata o proseguita sui beni compresi nel fallimento.
        Il divieto è funzionale alla tutela degli interessi della massa dei creditori concorsuali, nel senso che esso consente l'attrazione di tutti i beni appartenenti al fallito alla massa fallimentare, la liquidazione dell'attivo ai sensi degli artt. 104 ss. l.fall., (oggi artt. 211 e ss del codice della crisi d'impresa e dell'insolvenza) e dunque la ripartizione del ricavato nel rispetto della par condicio creditorum.
        Il "precipitato" processuale dell'art. 51 (oggi art. 150 del codice della crisi d'impresa e dell'insolvenza) si rinviene nell'art. 107, comma 6, l.fall. (oggi art. 216, comma 10 del codice della crisi d'impresa e dell'insolvenza), ai sensi del quale se alla data di dichiarazione di fallimento sono pendenti procedure esecutive, il curatore può subentrarvi, ed in tal caso si applicano le disposizioni del codice di procedura civile; altrimenti, su istanza del curatore, il Giudice dell'esecuzione dichiara l'improcedibilità dell'esecuzione.
        La norma attribuisce al curatore un vero e proprio potere di scelta tra la prosecuzione della vendita in sede esecutiva individuale ovvero la richiesta al Giudice dell'esecuzione di dichiarare l'improcedibilità della stessa (scelta che, per altro, secondo Cass. civ., sez. I, 29 maggio 1997, n. 4743 non necessita del parere del comitato dei creditori), fatti salvi, ovviamente, i casi di cui all'art. 41 l.fall.
        Inoltre, secondo Cass. civ., sez. III, 22 dicembre 2015, n. 25802 l'improcedibilità dell'esecuzione quale conseguenza del mancato subentro, "non determina, la caducazione degli effetti sostanziali del pignoramento di cui agli artt. 2913 e segg. c.c., giacché nella titolarità di quegli effetti è già subentrato, automaticamente e senza condizioni, l'organo fallimentare, purché nel frattempo non sia intervenuta una causa di inefficacia del pignoramento medesimo; del resto, opinando diversamente, il curatore sarebbe sempre tenuto a proseguire l'esecuzione singolare onde conservare gli effetti del pignoramento, cosi svilendosi non solo la sua facoltà discrezionale di scelta di cui all'art. 107, comma 6, l.fall., ma anche il suo stesso ruolo centrale assunto dalla programmazione liquidatoria nella riforma del 2006".
        Quest'ultimo assunto è stato fatto proprio dal legislatore, il quale all'art. 216, comma 10, del codice della crisi d'impresa e dell'insolvenza ha previsto espressamente che declaratoria di improseguibilità della procedura lascia fermi "gli effetti conservativi sostanziali del pignoramento in favore dei creditori".
        Dunque, nell'esecuzione "ordinaria" (chiameremo così quella non "fondiaria") accade che il curatore può "far propria" l'esecuzione individuale già iniziata facendo proseguire in quella sede la liquidazione del bene, ed acquisendo poi all'attivo fallimentare il ricavato; in alternativa, può decidere di far interrompere l'esecuzione, senza perdere l'effetto prenotativo del pignoramento.
        È evidente allora che, così stando le cose, il curatore non ha alcuna necessità di impugnare con l'azione revocatoria gli atti dispositivi del bene pignorato medio tempore posti in essere dall'esecutato poi fallito, poiché quegli atti sono inopponibili alla massa per effetto del pignoramento precedentemente trascritto, i cui effetti prenotativi giovano anche alla massa.
        Anzi, se così facesse, la sua domanda sarebbe rigettata per carenza del presupposto di cui all'art. 100 c.p.c., (interesse ad agire) in quanto una sentenza di revocazione dell'atto non apporterebbe alla massa alcuna utilità aggiuntiva da quella che ha già determinato il pignoramento precedentemente trascritto.
        Tutte queste considerazioni, chiaramente, valgono allo stesso modo quando l'esecuzione procede poiché intrapresa da un creditore fondiario.
        Ai sensi dell'art. 41 TUB l'esecuzione per credito fondiario, in deroga all'art. 51 l.fall. (oggi art. 150 del codice della crisi d'impresa e dell'insolvenza) prosegue anche in caso di fallimento del debitore, salva la possibilità di intervento del curatore. La somma ricavata dall'esecuzione, eccedente la quota che in sede di riparto risulta spettante alla banca, viene poi attribuita al fallimento.
        Quindi, in presenza di credito fondiario, la procedura esecutiva non solo prosegue, ma il credito della banca viene comunque soddisfatto, assegnandosi alla curatela solo la somma che sopravanza all'assegnazione.
        In passato si è discusso se l'esercizio del diritto all'assegnazione della somma ricavata dalla vendita riconosciuto al creditore fondiario imponesse o meno, in caso di fallimento del debitore esecutato, che questi si insinuasse al passivo, ma la questione pare ormai definitivamente risolta dalla giurisprudenza, la quale ha riconosciuto al creditore fondiario un privilegio di carattere meramente processuale, destinato a trovare la sua definitiva consacrazione solo in sede fallimentare, attraverso una rituale insinuazione al passivo, sicché al fondiario potrà essere assegnato (provvisoriamente) in sede esecutiva solo l'importo per il quale lo stesso è stato ammesso al passivo fallimentare.
        In particolare, secondo Cass. civ., sez. I, 17 dicembre 2004, n. 23572, "L'art. 42 del R.D. 16 luglio 1905, n. 646 (applicabile "ratione temporis", pur essendo stato abrogato dal testo unico 1 settembre 1993, n. 385, a far data dal 1 gennaio 1994), la cui applicazione è fatta salva dall'art. 51 della legge fallimentare, [ma le stesse considerazioni valgono, tal quali, per l'art. 51 l.fall.] nel consentire all'istituto di credito fondiario di iniziare o proseguire l'azione esecutiva nei confronti del debitore dichiarato fallito, configura un privilegio di carattere meramente processuale, che si sostanzia nella possibilità non solo di iniziare o proseguire la procedura esecutiva individuale, ma anche di conseguire l'assegnazione della somma ricavata dalla vendita forzata dei beni del debitore nei limiti del proprio credito, senza che l'assegnazione e il conseguente pagamento si debbano ritenere indebiti e senza che sia configurabile l'obbligo dell'istituto procedente di rimettere immediatamente e incondizionatamente la somma ricevuta al curatore. Peraltro, poiché si deve escludere che le disposizioni eccezionali sul credito fondiario - concernenti solo la fase di liquidazione dei beni del debitore fallito e non anche quella dell'accertamento del passivo - apportino una deroga al principio di esclusività della verifica fallimentare posto dall'art. 52 della legge fallimentare, e non potendosi ritenere che il rispetto di tali regole sia assicurato nell'ambito della procedura individuale dall'intervento del curatore fallimentare, all'assegnazione della somma disposta in seno alla procedura individuale deve riconoscersi carattere provvisorio, essendo onere dell'istituto di credito fondiario, per rendere definitiva la provvisoria assegnazione, di insinuarsi al passivo del fallimento, in modo tale da consentire la graduazione dei crediti, cui è finalizzata la procedura concorsuale, e, ove l'insinuazione sia avvenuta, il curatore che pretenda in tutto o in parte la restituzione di quanto l'istituto di credito fondiario ha ricavato dalla procedura esecutiva individuale ha l'onere di dimostrare che la graduazione ha avuto luogo e che il credito dell'istituto è risultato, in tutto o in parte, incapiente" (Negli stessi termini anche Cass. civ., sez. I, 11 ottobre 2012, n. 17368 e Cass., sez. I, 30 marzo 2015, n. 6377 nonché, da ultimo, Cass., sez. III, 28 settembre 2018, n. 23482).
        Dunque, in conclusione, nessuna azione revocatoria doveva o poteva essere intrapresa dal curatore poiché la trascrizione del pignoramento immobiliare era sufficiente a garantire al fallimento l'inopponibilità degli atti successivamente posti in essere dal debitore esecutato.

        • Anna Simeone

          s.maria c.v. (CE)
          27/03/2019 18:23

          RE: RE: RE: Esecuzione immobiliare e fallimento

          Riprendendo la precedente discussione, rappresento che l'immobile oggetto della procedura esecutiva è stato aggiudicato.
          Vorrei sapere in questo caso chi deve emettere la fattura?
          1. il fallimento ? al quale l'immobile non risulta intestato, ma che riceverà il ricavato della vendita;
          2. la società che risulta proprietaria dello stesso da una visura ipotecaria ?
          3. o il professionista delegato?
          Nel caso in cui la fattura dovrà essere emessa dal fallimento in nome e per conto della società " effettivamente proprietaria", ( trattandosi di immobile strumentale ), potrò seguire la relativa normativa iva ( di esenzione) ?

          • Zucchetti SG

            30/03/2019 17:36

            RE: RE: RE: RE: Esecuzione immobiliare e fallimento

            A nostro avviso la fattura deve essere emessa dal curatore.
            Cerchiamo di spiegare le ragioni di questa nostra opinione.
            Una delle problematiche classiche nell'ambito delle attività del professionista delegato attiene certamente agli adempimenti fiscali connessi al decreto di trasferimento, adempimenti che, nonostante la pluralità di interventi, le riforme del processo esecutivo intervenute nel 2005, nel 2006, nel 2014 e nel 2015 non hanno disciplinato.
            Fra questi si segnala, in particolare, quello relativo all'assolvimento degli obblighi IVA legati all'ipotesi in cui l'esecutato, soggetto passivo dell'imposta sul valore aggiunto, non possa o non voglia emettere la fattura relativa al trasferimento dell'immobile a seguito dell'aggiudicazione, e (soprattutto) l'aggiudicatario non sia a sua volta soggetto passivo IVA (che anche il trasferimento del bene compiuto nell'ambito di una procedura esecutiva sconti l'IVA è opinione pacifica in giurisprudenza, laddove si è affermato che "La vendita in sede di esecuzione forzata di un bene facente parte di un'azienda va assoggettata all'IVA (ed alla imposta fissa di registro), atteso che l'art. 2 del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, definisce al primo comma come cessioni di beni soggette ad IVA gli "atti a titolo oneroso che importano il trasferimento di proprietà", adottati nell'esercizio di impresa, senza distinzione tra la natura volontaria o coattiva del trasferimento". Cass. civ., sez. V, 7 luglio 2006, n. 15570).
            Dunque, anche nella vendita forzata il meccanismo di funzionamento IVA necessita di un comportamento del soggetto cedente, il quale ha l'obbligo di emettere la fattura, di registrarla, di addebitare in rivalsa l'importo dell'imposta al soggetto acquirente, e di versare quindi l'imposta medesima nei termini di legge.
            La dottrina che si è occupata di questa tematica, con specifico riferimento all'ipotesi di delega al notaio delle operazioni di vendita, ha evidenziato l'esistenza di un vuoto normativo, anche attraverso il raffronto con il fallimento, ove il problema non si pone in quanto, per espressa disposizione dell'art. 74-bis del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, gli adempimenti in materia di imposta sul valore aggiunto costituiscono un obbligo del curatore fallimentare, il quale deve emettere la fattura entro trenta giorni dal momento di effettuazione dell'operazione. Parimenti, ha constatato l'impossibilità di colmare tale vuoto normativo ricorrendo alla disciplina fallimentare, attesa la diversità fra la figura del curatore e quella del delegato, ove si consideri come il primo è organo della procedura (che continua l'attività dell'imprenditore assumendo la gestione del suo patrimonio), laddove il professionista delegato interviene esclusivamente nel compimento di uno o più atti del subprocedimento di vendita, che costituisce solo uno dei momenti in cui si articola il procedimento. Infine, ha delimitato l'area di maggiore problematicità del tema, ossia quella legata all'ipotesi in cui l'aggiudicatario non sia un soggetto IVA, posto che invece allorquando l'aggiudicatario sia un soggetto IVA, sullo stesso grava l'obbligo di c.d. autofatturazione ove il debitore non provveda, ex art. 6, commi 8 e 9, del d.lgs. 18 dicembre 1997 n. 471.
            Al fine di indirizzare gli operatori è intervenuta più volte l'Agenzia delle Entrate.
            Viene in rilievo la risoluzione 16 maggio 2006 n. 62/E, ribadita con la risoluzione n. 102/E del 21 aprile 2009.
            La scelta di fondo seguita dall'Agenzia è stata quella di ritenere che obbligato ad emettere fattura in nome e per conto del contribuente e a versare l'IVA sia il professionista delegato delle operazioni di vendita.
            L'Agenzia delle Entrate sottolinea come, se da un lato il custode giudiziario non assume la titolarità del bene oggetto di espropriazione forzata, che va riconosciuta pur sempre in capo al debitore, quest'ultima non si delinea come una titolarità piena nel suo esercizio, in quanto priva del potere dispositivo sul bene. Ne consegue che anche la soggettività passiva d'imposta del debitore esecutato deve ritenersi in parte "limitata" sotto il profilo dei concreti adempimenti che ne discendono, in particolare con riguardo agli obblighi di fatturazione e versamento del tributo. La procedura espropriativa del resto rappresenta un momento patologico nella circolazione del bene immobile, cosicché anche sotto il profilo della tutela degli interessi dell'erario, gli obblighi di fatturazione e versamento del tributo, non solo nell'ipotesi di irreperibilità del contribuente ma, in ogni caso, devono ritenersi accentrati nella procedura stessa.
            Quanto affermato dalla risoluzione n. 158/E costituisce esplicazione di un orientamento già espresso in termini più generali dalla circolare n. 6 del 17 gennaio 1974, e dalla successiva risoluzione del 13 agosto 1974, in cui con riferimento alla figura dell'incaricato della vendita (commissionario, cancelliere, ufficiale giudiziario, istituto vendite giudiziarie) si era sottolineato come quest'ultimo ha l'obbligo di emettere la fattura con l'addebito della relativa IVA, precisandosi che l'IVA riscossa deve essere versata in tutti i casi in cui non sia possibile girare l'importo all'impresa esecutata, come ad esempio nel caso di irreperibilità di quest'ultima.
            È evidente che rispetto a questi precedenti la novità dell'intervento ultimo dell'Agenzia si incentra sulla ritenuta natura "limitata" della soggettività passiva d'imposta del debitore esecutato, dalla quale l'Agenzia fa discendere la generalizzazione della soluzione secondo cui gli obblighi di fatturazione e versamento gravano sul professionista delegato in tutti i casi, e non solo nelle ipotesi di irreperibilità dell'esecutato.
            È lecito domandarsi se esista la possibilità per l'esecutato di procedere personalmente agli adempimenti IVA.
            A questo proposito occorre affrontare e risolvere dapprima il caso in cui il debitore esecutato manifesti tempestivamente al delegato la volontà di procedere personalmente all'emissione della fattura ed al versamento di quanto dovuto a titolo di IVA.
            Sembra difficile negare in siffatta evenienza un "diritto" del debitore esecutato a poter procedere in tal senso, per due ragioni: in primo luogo perché manca una norma espressa che ponga esclusivamente in capo al professionista delegato l'obbligo di procedere in ogni caso alla emissione della fattura ed al versamento del tributo in nome e per conto del debitore; in secondo luogo, perché diversamente opinando sarebbe impedito al debitore di poter effettuare immediatamente compensazioni o detrazioni di IVA.
            Concretamente più articolato è invece il caso in cui il debitore esecutato affermi di dover operare delle compensazioni adducendo un credito di imposta. In questa circostanza, al fine di evitare che la somma destinata al versamento dell'IVA sia distratta per essere destinata ad altro scopo, il professionista delegato ben potrà richiedere la produzione di una attestazione dell'Agenzia delle Entrate che certifichi il credito d'imposta del debitore.
            Come detto, l'Agenzia delle entrate afferma che il professionista delegato deve emettere la fattura in nome e per conto del debitore esecutato, determinando così uno spostamento dell'adempimento dell'obbligo di emissione della fattura – che normalmente spetta al soggetto passivo dell'imposta - in capo ad un terzo.
            Tra gli adempimenti ai fini IVA, l'emissione della fattura (il cui momento di emissione, secondo la citara risoluzione n. 62/E del 16 maggio 2006, sorge al tempo del versamento del corrispettivo, ex art. 6, comma 2 let. a) del d.P.R. 633/1972) assume un ruolo cardine: la suddetta emissione infatti, da un lato legittima colui che effettua l'operazione imponibile ad esercitare la rivalsa nei confronti del soggetto che riceve la fattura, e dall'altro consente al cessionario la detrazione dell'imposta addebitatagli.
            Quanto alle modalità di emissione del documento fiscale, deve ricorrersi all'istituto della fatturazione in nome e per conto.
            La possibilità per soggetti diversi dal soggetto passivo di emettere fattura per conto di quest'ultimo è prevista dall'art. 21, comma 1, d.P.R. n. 633/1972 ai sensi del quale "per ciascuna operazione imponibile il soggetto che effettua la cessione del bene o la prestazione del servizio emette fattura o … ferma restando la sua responsabilità, assicura che la stessa sia emessa … per suo conto, da un terzo ….".
            Sul piano operativo la fatturazione in nome e per conto si esegue ricorrendo alla cd. fatturazione in numerazione progressiva per serie distinte, tendenzialmente ammessa nel nostro ordinamento e, dunque, numerando la fattura emessa in nome e per conto dal professionista delegato con il n. 1/serie, non seguita da altra fattura successiva, salvo ipotesi particolari, quali ad esempio la vendita a più lotti (nel qual caso seguiranno le fatture progressive n. 2/serie, n. 3/serie, ecc.).
            In alternativa potrebbe pensarsi di chiedere il numero della fattura allo stesso debitore esecutato, ove costui si mostri collaborativo.
            Per quanto attiene al versamento dell'imposta, l'Agenzia delle entrate con la risoluzione 19/6/2006 n. 84 ha istituito il codice tributo da utilizzare, da parte dei professionisti delegati, per il versamento, mediante modello F24, dell'IVA relativa alla vendita di beni immobili, oggetto di espropriazione forzata, appartenenti a soggetti esecutati irreperibili.
            In questa occasione, l'Agenzia delle Entrate ha chiarito altresì che: "nei casi in cui il debitore esecutato sia reperibile, l'imposta dovuta dovrà essere versata mediante modello F24, utilizzando gli ordinari codici tributo relativi all'IVA"; nel solo caso di irreperibilità del soggetto esecutato, il versamento dell'imposta dovrà essere eseguito, secondo le modalità previste dall'art. 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, con il seguente codice tributo, appositamente istituito: 6501 denominato "IVA relativa alla vendita, ai sensi dell'articolo 591-bis c.p.c., di beni immobili oggetto di espropriazione forzata".
            Ciò detto, e venendo al caso prospettato, riteniamo che la fattura debba essere emessa dal curatore in quanto si tratta comunque di una operazione di liquidazione di un cespite acquisito all'attivo fallimentare (sebbene compiuta nell'ambito di una procedura esecutiva individuale), poiché avente ad oggetto un bene che era stato alienato dal debitore, successivamente fallito, dopo il pignoramento.
            Troverà quindi applicazione il citato art. 74-bis del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, a mente del quale per le operazioni compiute dopo la dichiarazione di fallimento gli adempimenti IVA sono eseguiti dal curatore del fallimento.
            In questi termini si è espressa del resto l'Agenzia delle Entrate con la risoluzione 68/E del 30 marzo 2007 con riferimento ai beni che siano stati liquidati dal curatore all'esito dell'esperimento dell'azione revocatoria. Infine, quanto alla normativa IVA applicabile, valgono le regole generali previste per l'imprenditore in bonis.

          • Zucchetti SG

            03/06/2019 07:19

            RE: RE: RE: RE: Esecuzione immobiliare e fallimento

            La risposta all'interrogativo posto richiede lo svolgimento di alcune premesse normative di fondo.
            Ai sensi dell'art. 1103 c.c., ciascun comproprietario della cosa comune può disporre del suo diritto e cedere ad altri il godimento della cosa nei limiti della sua quota.
            Ogni comproprietario, dunque, può concludere negozi giuridici che abbiano ad oggetto la quota di sua appartenenza, purché questi negozi non incidano sull'uso della cosa comune da parte degli altri comproprietari (art. 1102 c.c.).
            L'amministrazione della cosa comune è poi regolata dall'art. 1105 e ss c.c.
            In particolare, a mente dell'art. 1105 c.c. tutti i partecipanti hanno diritto di concorrere nell'amministrazione della cosa in comproprietà, e le decisioni che concernono l'ordinaria amministrazione della stessa vengono prese a maggioranza dei comproprietari, calcolate secondo il valore delle rispettive quote, con deliberazioni che sono valide se tutti i partecipanti sono stati preventivamente informati sull'oggetto della deliberazione.
            L'ultimo comma del citato articolo dispone poi che se le decisioni necessarie all'amministrazione della cosa comune non vengono assunte (oppure non si forma o non è formabile una maggioranza, come ad esempio accade quando due comproprietari sono titolari, ciascuno, del 50% dell'intero) o non vengono eseguite, ogni partecipante può promuovere un ricorso all'autorità giudiziaria che decide in luogo della maggioranza dei comproprietari, e se ritenuto può nominare un amministratore affinchè le decisioni assunte siano concretamente attuate.
            Va ancora considerato l'art. 1106 c.c., a mente del quale la maggioranza dei comproprietari può anche approvare un regolamento che disciplini l'uso della cosa comune e la sua ordinaria amministrazione, delegandola eventualmente ad uno o più comproprietari ovvero ad un terzo estraneo.
            Ciò premesso, quando la quota di comproprietà sia fatto oggetto di pignoramento, il debitore esecutato ne diviene custode ex lege (art. 559 c.p.c.) fino a quando il giudice (normalmente con la pronuncia dell'ordinanza di cui all'art. 569 c.p.c.) non sostituisca nella custodia del cespite il professionista delegato per le operazioni di vendita, oppure l'IVG competente per il circondario.
            La disciplina della locazione dell'immobile pignorato è contenuta nell'art. 560 c.p.c., recentemente riscritto dall'art. 4, comma 2, d.l. 14/12/2018, n. 135, convertito dalla legge 11/2/2019, n. 12, pubblicata sulla Gazz. Uff. n. 36 del 12/2/2019, che per effetto della previsione di cui al successivo comma 4 si applicherà alle procedure esecutive iniziate a partire dal 13 febbraio 2019.
            Per quanto qui interessa, mentre il previgente art. 560 genericamente prevedeva che al custode fosse vietato concedere in locazione l'immobile senza l'autorizzazione del giudice dell'esecuzione, il novellato comma settimo della disposizione in parola dispone che "Al debitore è fatto divieto di dare in locazione l'immobile pignorato se non è autorizzato dal giudice dell'esecuzione".
            I commentatori della disposizione sono tuttavia concordi nel ritenere che, a dispetto del dato letterale, una lettura sistematica della norma imponga di ritenere che la legittimazione del debitore (che potrebbe anche non essere più custode, ove nella custodia fosse stato sostituito da altri con provvedimento del giudice dell'esecuzione) alla stipula dei contratti di locazione vada circoscritta alle sole ipotesi in cui egli, abitando l'immobile unitamente al suo nucleo familiare, non ne abbia perso la disponibilità, secondo quanto prescritto dal terzo comma del novellato art. 560, del quale costituisce quindi un corollario, non potendosi ragionevolmente ammettersi che sia impedito al custode la stipula di contratti di locazione aventi ad oggetto l'immobile non occupato dal debitore e dalla sua famiglia o comunque da essi già liberato.
            Conseguentemente, quando l'immobile non è abitato dal debitore con la sua famiglia, il custode, previa autorizzazione del giudice (cui spetta il potere di governare l'esecuzione in forza dell'art. 484 c.p.c.) potrà stipulare o risolvere contratti di locazione.
            Così ricostruito il quadro normativo di riferimento osserviamo che per assumere le determinazioni del caso il custode dovrà, in primo luogo, prendere visione del contratto di locazione e verificare se esso abbia avuto ad oggetto l'intero o la singola quota.
            Ove il contratto abbia avuto ad oggetto la quota egli, previa autorizzazione del giudice, potrà agire per la riscossione dei canoni e per la intimazione di uno sfratto per morosità.
            Se invece il contratto abbia avuto ad oggetto l'intero dovrà procedersi ad una sua interpretazione e verificare se ciascun comproprietario abbia concesso in locazione la propria quota (cosa che legittimerà il custode ad agire come se la locazione avesse avuto ad oggetto la singola quota) ovvero (cosa più probabile) se il contratto abbia avuto ad oggetto la locazione dell'intero, senza distinzione alcuna.
            In quest'ultimo caso, il comportamento da serbare deve partire dalla considerazione per cui la locazione della cosa comune si qualifica, secondo la giurisprudenza, come atto di ordinaria amministrazione. Si è detto, infatti, che "Con riguardo ad un procedimento di sfratto per finita locazione relativo ad un immobile in comproprietà, ciascun comproprietario - quale titolare del diritto di concorrere alla gestione ordinaria del bene, con il solo limite del rispetto della volontà della maggioranza - è legittimato ad agire in giudizio, nella presunzione del consenso degli altri alla proposizione dell'azione, salva la possibilità per i comproprietari che rappresentino una quota maggioritaria di opporsi all'azione medesima. Nel caso in cui siano i comproprietari rappresentanti una quota maggioritaria ad agire in giudizio, un eventuale loro interesse personale al rilascio dell'immobile (nella specie, ai fini dell'utilizzazione di esso in proprio) non vale a trasformare la domanda giudiziale in un atto eccedente l'ordinaria amministrazione, atteso che il suddetto interesse non "qualifica" l'atto di gestione, inerendo alla successiva utilizzazione del bene, peraltro rimessa alla determinazione anche degli altri comproprietari e comunque non realizzabile senza un corrispondente vantaggio di tutti" (Cass. Sez. III, 5 aprile 1995, n. 4005).
            Ed allora, a nostro avviso, occorrerà procedere nei termini che seguono.
            In primo luogo occorrerà relazionare al giudice chiedendo di essere autorizzato ad agire per la risoluzione del contratto, previa acquisizione del consenso della maggioranza dei comproprietari.
            Ottenuta detta autorizzazione, converrà comunicare formalmente ai comproprietari l'intenzione di agire per la risoluzione del contratto concedendo loro un congruo termine per esplicitare il proprio dissenso, avvertendoli che in difetto il loro silenzio sarà considerato tacito assenso.
            Ove la maggioranza dei condomini dovesse ritenere di non recidere il sinallagma si dovrà chiedere, eventualmente anche per il tramite di un ricorso all'autorità giudiziaria ex art. 1106, comma secondo, c.c. , che si agisca giudizialmente per ottenere la condanna del conduttore al pagamento della quota parte dei canoni non versati, i quali costituiscono frutti civili della cosa pignorata, come tali assoggettati ad esecuzione ex art. 2912 c.c..